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Fascite plantare

  • Immagine del redattore: Emanuele Romiti
    Emanuele Romiti
  • 18 mag
  • Tempo di lettura: 2 min

La fasciosi plantare (spesso definita impropriamente “fascite plantare”) rappresenta una patologia degenerativa della fascia plantare, caratterizzata da microlesioni ripetute, disorganizzazione delle fibre collagene e possibili depositi calcifici in sede di inserzione calcaneare.

L’uso del termine “fasciosi” è più corretto dal punto di vista fisiopatologico, poiché il meccanismo predominante non è infiammatorio ma degenerativo.

La fasciosi plantare è tra le cause più frequenti di dolore al tallone, con una prevalenza stimata tra l’8% e il 10% della popolazione generale.

La fascia d’età più colpita è compresa tra i 40 e 60 anni con una maggiore incidenza nel sesso femminile e nei soggetti con obesità o sovrappeso.

La fasciosi plantare è il risultato di microtraumi ripetuti che determinano:


  • Disorganizzazione delle fibre collagene;

  • Riduzione della qualità del tessuto fasciale;

  • Alterazione della capacità di assorbimento del carico;

  • Eventuali calcificazioni inserzionali.


Dal punto di vista biomeccanico, lo squilibrio delle tensioni sull’arco plantare e l’alterazione del meccanismo del windlass giocano un ruolo centrale.

Il meccanismo del windlass  prevede che, durante l’estensione delle dita, la fascia plantare si tenda aumentando la rigidità dell’arco longitudinale mediale. Alterazioni di questo sistema possono incrementare lo stress inserzionale calcaneare, favorendo la degenerazione tissutale.


Fig. 1: Meccanismo del windlass
Fig. 1: Meccanismo del windlass

I fattori biomeccanici predisponenti sono:


  • Piede piatto o piede cavo;

  • Attività ripetitive in carico (corsa, stazione eretta prolungata);

  • Calzature inadeguate;

  • Eccessivo carico biomeccanico sull’arco plantare;

  • Ridotta dorsiflessione tibio-tarsica.


Il sintomo cardine è il dolore puntiforme in sede calcaneare plantare che si presenta più intenso ai primi passi del mattino , dopo periodi prolungati di riposo e alla ripresa del carico.

Tipicamente migliora nei primi minuti di deambulazione per poi riacutizzarsi con carichi prolungati.

La diagnosi è prevalentemente clinica e si basa su anamnesi, dolorabilità evocabile alla digitopressione del tallone e test di stiramento della fascia plantare.

L'imaging è necessario solo nei casi di diagnosi differenziale.


Il trattamento è principalmente conservativo e prevede:


  • Stretching del tendine d'Achille e della fascia plantare

  • Terapia fisica: onde d'urto, terapie strumentali antalgiche e esercizi di rinforzo del piede

  • Ortesi e supporti plantari;

  • Gestione farmacologica e comportamentale: riposo, crioterapia, FANS.


Tra i trattamenti conservati, il trattamento osteopatico può rappresentare un valido aiuto alla gestione convenzionale della fasciosi plantare in quanto, attraverso l'uso di tecniche manuali e osteopatiche, va a:


  • Ridurre lo stress meccanico sulla fascia plantare;

  • Migliorare l’equilibrio tensivo;

  • Ottimizzare la distribuzione dei carichi lungo l’asse biomeccanico.


La maggior parte dei pazienti risponde positivamente al trattamento conservativo entro 6 –12 mesi, mentre le forme refrattarie richiedono un inquadramento specialistico e un approccio terapeutico strutturato e progressivo.

 
 
 

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